Il lavoro è soprattutto con i genitori, con eventuali incontri e osservazioni insieme al bambino. A quest'età il contesto familiare è fondamentale.
Non sempre si capisce subito cosa sta succedendo
Un figlio che si chiude, che si arrabbia più del solito, che non vuole più andare a scuola, che sembra non trovare il suo posto tra i coetanei.
Spesso i genitori arrivano con una domanda semplice e onesta: è una fase, o è qualcosa di cui occuparsi?
Non c'è una risposta valida per tutti. C'è però un modo per non restare da soli a decidere.
Tre cose che faccio sempre
Guardo il ragazzo per intero.
Le difficoltà di un figlio raramente riguardano un solo aspetto della sua vita. Emozioni, corpo, scuola, amicizie e autostima si influenzano a vicenda, e preferisco tenerli insieme fin dall'inizio.
Parlo con lui, non solo di lui.
Il sito ha una sezione scritta direttamente per i ragazzi, e lo stesso vale per il lavoro: un ragazzo che si sente oggetto di un discorso tra adulti si chiude. Uno che si sente interlocutore, di solito, no.
Non do etichette.
L'obiettivo non è stabilire cosa «non va» in suo figlio, ma capire cosa sta vivendo e cosa può aiutarlo.
Non si lavora allo stesso modo a quattro anni e a diciassette
Quello che cambia non è solo il linguaggio: cambia chi è il mio interlocutore principale.
Lavoro sia con il bambino sia con i genitori, alternando momenti individuali e momenti di confronto con la famiglia.
Prevalentemente con il ragazzo, mantenendo comunque un coinvolgimento regolare dei genitori.
Principalmente con il ragazzo, con i genitori coinvolti quando è opportuno e nel rispetto della riservatezza.
Chiedere aiuto non significa che ci sia qualcosa di sbagliato
Rivolgersi a una psicologa non vuol dire che un ragazzo abbia un problema grave, né che un genitore abbia fatto degli errori.
Può semplicemente voler dire attraversare meglio accompagnati un momento della crescita che, da soli, è più faticoso.
Semplice, e senza impegno al primo passo
Gli incontri sono principalmente online. Suo figlio ha bisogno di una connessione e di una stanza in cui poter parlare tranquillo.
Il consenso dei genitori è necessario per iniziare un percorso con un minore. Se è suo figlio a scrivermi per primo, la coinvolgerò.
Il primo contatto è informale. Mi scrive su WhatsApp o via email, mi dice due righe sulla situazione, e da lì ci organizziamo.
Il primo incontro è insieme, con suo figlio e con voi. È un momento di conoscenza e di ascolto: serve a capire la situazione, a conoscere il ragazzo e a raccogliere le prime informazioni anche dal vostro punto di vista.
Poi il percorso prosegue principalmente con lui. Per me è importante che abbia uno spazio personale, in cui sentirsi libero di parlare di quello che vive, delle proprie emozioni, delle difficoltà, delle relazioni.
Durata e frequenza non sono uguali per tutti. Preferisco definirle in base alla situazione, alla difficoltà e alle caratteristiche del ragazzo: ogni percorso è diverso, e adattare il lavoro alla persona conta più di seguire uno schema fisso.
Il vostro coinvolgimento dipende dalla situazione e dalla vostra disponibilità. Quando c'è, per me è importante costruire una collaborazione: la famiglia può essere una risorsa preziosa. Allo stesso tempo resta fondamentale che lui senta il proprio spazio come davvero suo.
Non serve sapere già da dove cominciare
Mi scriva due righe sulla situazione. Rispondo io, e non c'è bisogno di spiegare tutto subito.